Wall Street chiude la settimana in rosso: S&P 500 a 7.718,60 (-0,38%), Dow giù di 272 punti. A muovere tutto è il lavoro americano di agosto, tre volte più forte delle attese, che restituisce alla Fed il diritto di non tagliare. L'Europa se la cava meglio, Milano paga le banche. Il greggio corre sulle tensioni di Hormuz, spread fermo a 81.
La seduta si chiude come era cominciata: con un numero sul mercato del lavoro americano che nessuno aveva messo in conto, e con la conseguenza che quel numero porta con sé. Wall Street lascia sul terreno quello che aveva guadagnato nell'attesa, l'Europa tiene meglio, e il filo che lega le due sponde è sempre lo stesso — la riunione della Federal Reserve del 15 e 16 settembre.
Wall Street: il buon dato è la cattiva notizia
| Indice | Chiusura | Var. |
|---|---|---|
| S&P 500 | 7.718,60 | -0,38% |
| Nasdaq Composite | 26.506,99 | -0,29% |
| Dow Jones | 53.414,25 | -0,51% |
Il Dow perde 272 punti, ed è l'indice che paga il conto più salato: la sua composizione, più ciclica e meno tecnologica, è quella che soffre di più quando il costo del denaro torna a essere una variabile aperta. Il Nasdaq limita i danni, aiutato dai semiconduttori della memoria — Micron e Sandisk in controtendenza — che stanno vivendo un ciclo proprio, largamente indipendente dai tassi.
Sotto la superficie la giornata è stata più brutale di quanto dica lo 0,38% dell'indice largo. Le utility sono state l'unico settore a chiudere in positivo; consumi ciclici e comunicazione hanno guidato il ribasso. Due nomi hanno pagato in proprio: Lululemon, che cede il 18% dopo ricavi sotto le attese e una guidance tagliata, e Fair Isaac, giù del 16% sotto il fuoco della FHFA sulla politica di prezzo. Sono cadute idiosincratiche, non sistemiche — ma dicono che il mercato, in questa fase, non concede il beneficio del dubbio a chi delude.
Il dato che ha mosso tutto
Il Bureau of Labor Statistics ha certificato 162 mila nuovi posti di lavoro non agricoli ad agosto, circa il triplo del consenso, con la disoccupazione ferma al 4,1% e i sussidi settimanali a 206 mila. Il rendimento del Treasury decennale è salito al 4,77%.
Vale la pena tenere insieme le due cose, perché è lì che sta il senso della giornata. Un mercato del lavoro che crea posti a questo ritmo non è un'economia che chiede aiuto: è un'economia che regge. E un'economia che regge toglie alla Fed l'obbligo di tagliare, restituendole la possibilità di aspettare — o, se l'inflazione dovesse rialzare la testa, di fare il contrario. Da qui al FOMC restano due appuntamenti che contano davvero: i prezzi alla produzione e l'inflazione al consumo della prossima settimana.
Europa: prudenza, non paura
| Indice | Chiusura | Var. |
|---|---|---|
| FTSE MIB | 52.100 | -0,28% |
| DAX | 26.046 | +0,17% |
| EuroStoxx 50 | 6.394,45 | +0,19% |
| CAC 40 | 8.278,77 | -0,09% |
| FTSE 100 | 10.831 | invariato |
Il Vecchio Continente ha chiuso prima che il ribasso americano prendesse forma piena, e questo spiega buona parte della divergenza. Ma non tutta: l'Europa ha una banca centrale propria da guardare, e la BCE si riunisce la settimana prossima con il mercato che dà quasi per scontato un rialzo del tasso sui depositi al 2,5%.
A Milano il conto lo pagano le banche — Unicredit -1,3%, Banco BPM -1,2%, Bper -1% — mentre in controtendenza si muovono Prysmian (+1,7%), Campari (+1,2%) e Stellantis (+1,2%). Sul reddito fisso nessuno scossone: spread BTP-Bund fermo a 81 punti base, decennale italiano al 4,17%. È un mercato obbligazionario che ha già fatto pace con l'idea di tassi più alti più a lungo, e che oggi non ha avuto bisogno di riprezzare niente.
Materie prime e valute
Il greggio è la vera storia della settimana, e non ha nulla a che vedere con la Fed. WTI a 91,38 dollari (+0,09%), Brent a 96,08 (+0,58%): variazioni giornaliere modeste che nascondono un progresso settimanale intorno al 9%. A muoverlo è lo Stretto di Hormuz — attacchi americani contro l'Iran nel corso della settimana, ritorsioni iraniane sulle basi USA nella regione, e un traffico navale nello stretto sceso a sei navi contro una media decennale intorno alle tredici. L'OPEC+ si riunisce domenica e dovrebbe lasciare invariata la politica produttiva per ottobre.
L'euro/dollaro cede leggermente a 1,1613 (-0,11%), coerente con un differenziale di tassi che torna a parlare americano. L'oro resta a 4.470,66 dollari l'oncia, praticamente immobile: nessuna corsa al riparo, il che conferma che questa è stata una giornata di riprezzamento, non di paura. Il Bitcoin sopra gli 81 mila dollari, in rialzo di circa il 5%, si muove su una sua logica di flussi.
In Asia la seduta era stata di segno opposto: Nikkei +1,26%, Hang Seng +1,74%, Shanghai -0,30%.
Cosa portarsi a casa
La giornata non ha cambiato la direzione dei mercati, ha cambiato l'onere della prova. Fino a ieri chi si aspettava un taglio a settembre poteva appoggiarsi a un mercato del lavoro in raffreddamento; da oggi quell'appoggio non c'è più, e la responsabilità di dimostrare che la Fed debba muoversi è passata dall'altra parte. Il dato sull'inflazione della prossima settimana arriverà su un terreno diverso da quello di ventiquattro ore fa.
Dati di chiusura del 4 settembre 2026. Fonti: Yahoo Finance, CNBC, Reuters, ANSA, Teleborsa, Investing.com, Trading Economics.


