Mercati

    Il lavoro americano gela le Borse: 162 mila posti riaprono la partita sui tassi

    Il report sull'occupazione Usa di agosto tripla le attese — 162 mila nuovi posti contro i 53 mila stimati — e restituisce alla Fed lo spazio per non tagliare, o per stringere ancora. Wall Street apre in rosso, l'Europa si sfilaccia, Piazza Affari paga banche ed energia. Spread fermo a 81, BTP decennale al 4,18%.

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    Alle 14:30 italiane il Bureau of Labor Statistics ha pubblicato il dato che i mercati aspettavano da giorni, e il numero non ammetteva letture ambigue: 162 mila nuovi posti di lavoro non agricoli ad agosto, contro i 53 mila che il consenso aveva messo in conto. Tre volte tanto. Nel giro di pochi minuti l'azionario ha girato, e la giornata che sembrava di semplice attesa è diventata una giornata di riprezzamento.

    La logica è quella di sempre, e vale la pena ripeterla perché è il motore di tutto il resto: un mercato del lavoro solido significa salari che tengono, consumi che tengono, inflazione che fatica a scendere. Significa, per la Federal Reserve, che non c'è alcuna urgenza di tagliare — e che, se l'inflazione dovesse riaccelerare, la porta di un rialzo resta aperta. La riunione del 15-16 settembre è ora l'unico appuntamento che conta.

    Cosa ha fatto Wall Street

    L'apertura americana ha registrato il colpo senza drammatizzarlo:

    Indice Variazione in apertura
    Dow Jones −0,41%
    S&P 500 −0,13%
    Nasdaq 100 invariato

    Il dettaglio settoriale racconta più dell'indice. A cedere sono stati i titoli sensibili al costo del credito — Microsoft, Tesla e Mastercard verso il punto percentuale di ribasso — trascinati dal rialzo dei rendimenti obbligazionari che il dato ha innescato. In direzione opposta i produttori di chip, reduci da una settimana di sottoperformance: Lam Research, Applied Materials e Sandisk hanno guadagnato quasi il 3% nel pre-mercato, con Marvell, Micron, Intel e Nvidia oltre il punto, sulla scia dell'ottimismo per il nuovo modello annunciato da OpenAI.

    È il segno di un mercato che non sta scappando, ma che sta ruotando: esce da ciò che i tassi alti penalizzano, resta dove c'è una storia di crescita propria.

    L'Europa senza una direzione

    Il Vecchio continente ha chiuso la settimana in ordine sparso. Amsterdam ha tenuto il segno più (+0,6%), Francoforte è rimasta attorno alla parità, Londra e Parigi hanno limato qualche decimo. La peggiore è stata Milano, con il FTSE MIB in calo di mezzo punto.

    Sul fronte obbligazionario nessuna tensione: lo spread BTP-Bund resta a 81 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 4,18%. L'euro si è mantenuto debole attorno a 1,163 contro il dollaro, l'oro invariato a 4.470 dollari l'oncia.

    Il capitolo energia merita una nota a parte, perché è la seconda gamba della giornata. Il Brent aveva superato i 95 dollari in mattinata, alimentando i timori sui prezzi, salvo poi rientrare in area 90 nel pomeriggio; il gas europeo ha ceduto circa un punto, a 71 euro al megawattora. La volatilità sull'energia è il fattore che può ancora rovinare il quadro sull'inflazione, e i mercati lo sanno.

    Piazza Affari: banche ed Eni fanno la differenza

    A Milano il rosso ha due firme precise.

    Le banche, che pagano un doppio ragionamento: da un lato la prospettiva di tassi globali meno alti del temuto comprime il margine d'interesse, dall'altro il risiko domestico continua a muovere i prezzi. Unicredit ha guidato i ribassi, seguita da Banco BPM e BPER, con Intesa Sanpaolo, MPS e Mediobanca più contenute. Sullo sfondo, la BCE ha autorizzato MPS alla fusione per incorporazione di Mediobanca e alle operazioni di riorganizzazione societaria collegate: un passaggio formale atteso, ma che consolida il nuovo perimetro del settore.

    Eni è stata la peggiore del listino nella prima parte della seduta, arrivando a cedere il 3% attorno ai 23 euro, per poi ridurre il ribasso con il rientro del greggio. In controtendenza Stellantis, Prysmian, Campari e Buzzi, tutte in territorio positivo.

    Cosa guardare adesso

    Il punto non è il mezzo punto perso oggi. Il punto è che il mercato era arrivato a settembre con l'idea di una Fed pronta ad allentare, e in un pomeriggio quell'idea è diventata molto meno scontata.

    Il funzionario della Fed Christopher Waller ha detto ieri che «se questa tendenza dovesse confermarsi nei dati in uscita nelle prossime due settimane, sarei propenso a mantenere il tasso di riferimento sui fondi federali al livello attuale», avvertendo però che «se l'inflazione dovesse aumentare vertiginosamente, prenderei in considerazione un rialzo dei tassi».

    Tre cose da tenere d'occhio nelle prossime due settimane:

    • Il dato sull'inflazione Usa in uscita prima della riunione: è l'unico che può ancora spostare le carte in tavola.
    • La BCE, che in Europa sembra muoversi con una tempistica propria — e una divergenza tra le due banche centrali si scarica per intero sul cambio.
    • Il petrolio: se il Brent riprende la strada dei 95 dollari, il discorso sulla disinflazione va riscritto da capo.

    Per chi investe, la lettura è meno drammatica di quanto il colore degli schermi suggerisca: non è arrivata una brutta notizia sull'economia, è arrivata una buona notizia sull'occupazione che costa cara alle valutazioni. Sono due cose diverse, e confonderle è il modo più rapido per vendere nel momento sbagliato.


    Fonti: Bureau of Labor Statistics, Repubblica Economia, Il Sole 24 Ore, Teleborsa. Dati rilevati nel pomeriggio del 4 settembre 2026, a mercati europei ancora aperti.

    Questo contenuto ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione all'investimento.

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