Mercati

    Settembre si decide a Hormuz, non a Washington

    La Fed ha lasciato i tassi fermi al 3,50–3,75% con tre voti contrari, e Wall Street ha perso 1.153 punti di Dow. Da qui partono due strade per la riunione del 16 settembre: quella in cui il petrolio resta sopra i 90 dollari e il rialzo diventa inevitabile, e quella in cui il barile rientra e l'inflazione si sgonfia da sola — come ha già fatto a giugno. Il mercato prezza la prima al 57%. Ma la curva dei rendimenti racconta un'altra storia: il biennale è sceso, il trentennale è ai massimi dal 2007. Ecco le soglie numeriche che diranno quale dei due scenari è ancora vivo, e la data entro cui uno dei due sarà morto.

    Ascolta l'articoloVersione audio narrata

    La Federal Reserve ieri sera ha lasciato i tassi dove erano, e Wall Street ha reagito con la peggiore seduta da aprile 2025. Le due cose non si contraddicono: sono la stessa notizia letta da due lati. Il comunicato dice che non è successo niente; il conteggio dei voti dice che è successo parecchio.

    Il Federal Open Market Committee ha mantenuto il tasso sui federal funds nell'intervallo 3,50%–3,75%, quinta riunione consecutiva senza mosse, con un voto di 9 a 3. I tre contrari — Beth Hammack di Cleveland, Neel Kashkari di Minneapolis e Lorie Logan di Dallas — hanno votato tutti nella stessa direzione: alzare di un quarto di punto, subito. È la prima volta da settembre 2016 che tre membri dissentono con una posizione unificata sulla direzione dei tassi. Kevin Warsh, alla seconda riunione da presidente, l'ha commentata con una battuta che vale più del comunicato: aveva chiesto una buona lite in famiglia, e l'ha ottenuta.

    Il mercato non l'ha presa come una pausa. L'ha presa come un rinvio. Il Dow ha chiuso a 51.594 punti (−2,19%, −1.153), l'S&P 500 a 7.316 (−1,52%), il Nasdaq Composite a 24.443 (−1,74%). Il VIX è salito a 20,66 (+13,45%). E sul reddito fisso è successa la cosa più interessante della giornata, di cui parleremo più avanti perché è lì che si nasconde il verdetto.

    Da questo punto partono due strade verso la prossima riunione, quella del 15–16 settembre — che, a differenza di ieri, porta con sé il Summary of Economic Projections, cioè il dot plot. Non è un dettaglio: a settembre la Fed non dovrà solo decidere, dovrà anche scrivere dove pensa di andare.

    Scenario A — La Fed è costretta ad alzare

    Perché si materializzi non serve un cambio di dottrina: serve solo che il petrolio resti dov'è.

    Il barile è tornato a correre. Il Brent tratta a 93,08 dollari (+2,58%) e il WTI a 85,85 (+1,44%): mercoledì il Brent ha guadagnato quasi l'8% in una seduta, dopo che l'Iran ha lanciato un attacco missilistico a sorpresa contro forze americane in Giordania — obiettivi dichiarati la base aerea di Muwaffaq Salti e un centro CENTCOM, missili intercettati. Nella notte fra mercoledì e giovedì gli Stati Uniti hanno completato quella che il comando americano ha definito un'ondata pesante di raid contro obiettivi dei Pasdaran in Iran; in Iraq un'operazione congiunta con l'Arabia Saudita ha colpito milizie filo-iraniane uccidendo almeno venti combattenti e sei consiglieri iraniani. Nel frattempo Teheran ha respinto una proposta omanita sulla gestione dello Stretto di Hormuz, e continua a sondare l'idea di imporre pedaggi al transito.

    Le condizioni per lo scenario A sono tre, e sono in ordine di importanza. Primo: il Brent resta sopra i 90 dollari fino a settembre. Secondo: quel livello si travasa nel dato di inflazione di luglio, in uscita il 12 agosto. Terzo: il core smette di scendere, cioè lo shock energetico smette di essere un fatto energetico e diventa un fatto di prezzi.

    I dati osservabili che lo confermerebbero, con le soglie:

    • CPI di luglio (12 agosto): headline che risale verso o sopra il 3,8%. Sarebbe la marcia indietro completa rispetto al 3,5% di giugno.
    • Core PCE: l'ultimo pubblicato è quello di maggio, 3,4% annuo, il massimo da ottobre 2023. Se non scende, la Fed non ha alibi.
    • Rendimento del Treasury a 2 anni sopra il 4,50%. Oggi è a 4,236%. Finché resta lì sotto, il mercato obbligazionario non sta davvero comprando il rialzo, per quanto lo si legga nei sondaggi.
    • VIX stabilmente sopra 22–25, cioè uno stato di allerta che non rientra in tre sedute.

    Cosa implicherebbe. Un rialzo a settembre — il primo di un ciclo restrittivo iniziato per colpa di una guerra, non di un surriscaldamento della domanda — colpirebbe esattamente il punto in cui il mercato è più esposto. Gli utili di mercoledì sera lo hanno mostrato con nitidezza quasi didattica. Microsoft: ricavi a 90 miliardi (+18%) contro attese di 87,6, Azure +43% a cambi costanti, e soprattutto guidance sugli investimenti tenuta ferma. Premiata. Meta: ricavi a 60,80 miliardi (+28%) ma utile netto in calo del 14%, margine operativo sceso al 31% dal 43%, e pavimento della spesa per investimenti 2026 alzato a 130 miliardi da 125, con forchetta fino a 145. Punita, nel dopo-mercato. La differenza fra le due non è la crescita: è chi ha convinto il mercato di saper dire di no a una spesa. Con tassi in salita, quella diventa l'unica domanda che conta.

    Scenario B — Il barile rientra e l'inflazione si sgonfia da sola

    È lo scenario della normalizzazione, ed è più credibile di quanto la cronaca di queste ore suggerisca — per una ragione semplice: è già successo, sei settimane fa.

    Il CPI di giugno, pubblicato il 14 luglio, ha registrato un −0,4% sul mese, il calo mensile più forte da aprile 2020, con l'inflazione annua scesa al 3,5% contro un consenso al 3,8%. Il core è rimasto piatto sul mese e si è fermato al 2,6% annuo, tre decimi sotto le attese, in discesa dal 2,9% di maggio. Il motore era tutto lì: l'indice energetico ha perso il 5,7% in un mese, benzina e gasolio da riscaldamento oltre il 9%, grazie alla tregua fra Stati Uniti e Iran. A maggio l'inflazione headline era al 4,2%. Un mese dopo, senza che la Fed muovesse un dito, era al 3,5%.

    Questa è la prova di laboratorio dello scenario B: nell'estate 2026 l'inflazione americana è una funzione del barile con uno scarto di poche settimane. Se il barile scende, il dato scende. Non è una speranza, è un'osservazione.

    Le condizioni. Primo: una de-escalation vera, non una pausa di quarantott'ore — e il precedente esiste, il 27 luglio la sola notizia di una sospensione delle ostilità aveva fatto crollare il greggio di oltre l'8% in una seduta. Secondo: il Brent che torna sotto 84 dollari, il livello di apertura di mercoledì, e possibilmente sotto 80. Terzo: che l'energia non abbia fatto in tempo a travasarsi nei servizi — e il core al 2,6% dice che finora non l'ha fatto.

    I dati osservabili, con le soglie:

    • Brent sotto 84 entro fine agosto, e WTI sotto 79.
    • CPI di luglio (12 agosto) al 3,3% o sotto, con contributo energetico di nuovo negativo.
    • Core PCE in discesa dal 3,4% — il primo aggiornamento è oggi stesso, con il dato di giugno.
    • Rendimento a 2 anni sotto il 4,10% e VIX di ritorno sotto 17.

    Cosa implicherebbe. Non un taglio a settembre — nessuno lo sta prezzando e sarebbe prematuro con l'inflazione ancora sopra obiettivo da più di cinque anni — ma la fine della discussione sul rialzo. E qui sta il punto per i portafogli: il mercato azionario di questi mesi non ha bisogno di tassi più bassi, ha bisogno che smetta di esistere il rischio di tassi più alti. È una soglia molto più facile da superare. Un S&P 500 che a 7.316 punti resta in guadagno per l'anno non sta chiedendo aiuto: sta chiedendo che gli tolgano un'incognita.

    Quale dei due sta prezzando il mercato

    Il numero c'è, ed è meno univoco di come viene raccontato. Dopo la riunione, il CME FedWatch indicava una probabilità del 57,2% di un rialzo da 25 punti base il 16 settembre, in salita dal 55,8% del giorno prima; gli swap sui tassi, secondo Bloomberg, si collocavano intorno al 60%. Quindi sì: il mercato prezza lo scenario A, ma di misura, poco sopra il lancio di una monetina.

    Il dato che rende la cosa istruttiva è dove stava quella probabilità pochi giorni prima. Il 27 luglio, con il greggio in fuga, la stima di un rialzo entro la riunione di metà settembre era all'82,4%, contro il 52,4% del 16 luglio. In dieci giorni è salita di trenta punti ed è ridiscesa di venticinque. Non è un mercato che ha un'opinione sulla Fed: è un mercato che ha un'opinione sul petrolio, e la traduce in punti base.

    E poi c'è la curva, che è la parte della giornata che nessuno ha titolato. Ieri il biennale è sceso di 4 punti base al 4,236%, mentre il decennale è salito di 7 sopra il 4,67% e il trentennale è volato di oltre 9 al 5,193%, massimo dal 2007. Leggetela con attenzione, perché dice una cosa scomoda: la parte breve della curva — quella che risponde alle decisioni della Fed nei prossimi mesi — non ha comprato il rialzo. La parte lunga — quella che risponde all'inflazione attesa e al premio per il rischio di tenersi in mano carta americana per trent'anni — ha venduto. Il mercato obbligazionario non sta prezzando una Fed più dura. Sta prezzando una Fed che rimane indietro.

    È il terzo scenario, quello che nessuno dei due sopra contempla, e per ora è quello con la firma più pesante sul tabellone.

    Il criterio: cosa mi farebbe cambiare idea

    Le previsioni senza una condizione di smentita sono intrattenimento. Quindi le condizioni, in chiaro e con le date.

    Lo scenario B è morto il 12 agosto se il CPI di luglio esce pari o superiore al 3,8% con contributo energetico positivo. Quel dato misura un mese in cui il Brent è passato da circa 84 a 93 dollari: se nonostante questo l'inflazione non risale, significa che il travaso dal barile ai prezzi si è rotto, e la normalizzazione è viva anche con la guerra in corso. Se invece risale, la disinflazione di giugno era una parentesi e il rialzo di settembre diventa aritmetica.

    Lo scenario A è debole finché il biennale resta sotto il 4,35%. Oggi è a 4,236% ed è sceso nel giorno di un hold letto da tutti come restrittivo. Un mercato che crede davvero a un rialzo fra sette settimane non compra scadenze a due anni. Se entro fine agosto il biennale non è passato sopra il 4,50%, quel 57% è una posizione dichiarata e non una posizione presa — e conviene fidarsi dei soldi più che dei sondaggi.

    Il terzo controllo è il più semplice e va fatto ogni mattina: il Brent sopra o sotto i 90 dollari. Tutto il resto — il dot plot di settembre, la lite in famiglia dentro il comitato, le trimestrali dei giganti tecnologici — sono variabili che si muovono dopo. Warsh ha detto che questa Fed non vacillerà e che la sua credibilità sta nel fare il proprio dovere. Probabilmente è vero. Ma la decisione del 16 settembre, in questo momento, non si sta prendendo a Washington: si sta prendendo nello Stretto di Hormuz, e nessuno dei dodici che votano ha voce in capitolo su quello.


    Fonti

    Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata. I dati di mercato sono aggiornati alla mattina del 30 luglio 2026. Per decisioni di investimento individuali consulta un consulente abilitato.

    Tutti gli articoliVai a MisterAle
    MisterAleGuidaAI